Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia

Episodio in cui il capitano Bellodi sottopone ad interrogatorio il “padrino” mafioso don Mariano Arena.

– Mi permetta una domanda: lei che affari crede che io faccia?
– Tanti, e diversi.
– Non faccio affari: vivo di rendita.
– Che rendita?
– Terre.
– Quanti ettari ne possiede?
– Ventidue salme [unità di misura in uso in Sicilia] e…: facciamo novanta ettari.
– Danno buona rendita?
– Non sempre: secondo l’annata.
– In media, che reddito può dare un ettaro delle sue terre?
– Una buona parte della mia terra io la lascio germa [incolta]: per il pascolo… Non posso dire dunque quanto mi rende per ettaro quella lasciata germa: posso dire quanto mi rendono le pecore… A tagliare di grasso, mezzo milione… Il resto, in grano, fave, mandorle e olio, secondo le annate…
– Quanti ettari sarebbero, quelli coltivati?
– Cinquanta sessanta ettari.
– E allora posso dirle io quanto rendono per ettaro: non meno di un milione.
– Lei sta scherzando.
– Eh no, è lei che sta scherzando… Perché mi dice di non avere, oltre le terre, altre fonti di reddito; che non ha mano in affari industriali o commerciali… Ed io le credo: e perciò ritengo che quei cinquantaquattro milioni che lo scorso anno ha depositato in tre diverse banche, poiché non risultano prelevati da precedenti depositi presso altre banche, rappresentino esclusivamente il reddito delle sue terre. Un milione per ettaro, dunque… E le confesso che un perito agrario, da me consultato, è rimasto strabiliato; perché, secondo il suo parere, non c’è terra, in questa zona, che posse dare un reddito netto superiore alle centomila lire per ettaro.
Lei pensa che si sbagli?
– Non si sbaglia – disse don Mariano, incupito.
– Dunque siamo partiti sul piede sbagliato… Torniamo indietro: da quali fonti provengono i suoi redditi?
– Non torniamo indietro per niente: io i soldi miei li muovo come voglio… Posso solo precisare che non sempre li tengo in banca: a volte ne faccio prestiti ad amici, senza cambiali, in fiducia… E l’anno scorso tutti i soldi che avevo fuori mi sono ritornati: e ho fatto quei depositi nelle banche…
– Dove c’erano già altri depositi, a suo nome e a nome di sua figlia…
– Un padre ha il dovere di pensare all’avvenire dei figli.
– È più che giusto: e lei ha assicurato a sua figlia un avvenire di ricchezza… Ma non so se sua figlia riuscirebbe a giustificare quel che lei ha fatto per assicurargliela, questa ricchezza… So che per ora si trova in un collegio di Losanna: costosissimo, famoso… Immagino lei se la ritroverà davanti molto cambiata: ingentilita, pietosa verso tutto ciò che lei disprezza, rispettosa verso tutto ciò che lei non rispetta…
– Lasci stare mia figlia – disse don Mariano contraendosi in una dolorosa fitta di rabbia. E poi rilassandosi, come a rassicurare se stesso, disse – Mia figlia è come me.
– Come lei?… Mi auguro di no: e d’altra parte lei sta facendo di tutto perché sua figlia non sia come lei, perché sia diversa… E quando non riconoscerà più sua figlia, tanto sarà diversa, lei avrà in qualche modo pagato lo scotto di una ricchezza costruita con la violenza e la frode…
– Lei mi sta facendo la predica.
– Ha ragione… Lei il predicatore va a sentirlo in chiesa, e qui vuol trovare lo sbirro: ha ragione… Parliamo dunque di sua figlia per quel che le costa in denaro, per il denaro che lei accumula in suo nome… Molto, moltissimo denaro; di provenienza, diciamo, incerta… Guardi: queste sono le copie fotografiche delle schede, intestate a suo nome e a nome di sua figlia, che si trovano presso le banche. Come vede, abbiamo cercato non solo nelle agenzie del suo paese: ci siamo spinti fino a Palermo… Molto, moltissimo denaro: lei può spiegarne la provenienza?
– E lei? – domandò impassibile don Mariano.
– Tenterò: perché nel denaro che lei accumula così misteriosamente bisogna cercare le ragioni dei delitti sui quali sto indagando; e queste ragioni bisogna in qualche modo illuminare negli atti in cui la imputerò di mandato per omicidio… Tenterò… Ma lei una spiegazione al fisco deve pur darla, agli uffici fiscali noi ora trasmetteremo questi dati…
Don Mariano fece un gesto di noncuranza.
– Abbiamo anche copia della sua denuncia dei redditi e della cartella di esattoria: lei ha denunciato un reddito…
– Uguale al mio – intervenne il brigadiere.
-… e paga di tasse…
– Un po’ meno di me – disse ancora il brigadiere. – Vede? – disse il capitano. – Ci sono molte cose da chiarire, che lei deve spiegare…
Di nuovo don Mariano fece un gesto di noncuranza.
«Questo è il punto – pensò il capitano – su cui bisognerebbe far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico-elettoralistico; braccio non del regime, ma di una fazione del regime: la fazione Mancuso-Livigni o la fazione Sciortino-Caruso. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il
loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri piú inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi… In ogni altro paese del mondo, una evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita: qui don Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà
molto ad imbrogliare le carte».
– Gli uffici fiscali, a quanto vedo, non sono la sua preoccupazione.
– Non mi preoccupo mai di niente – disse don Mariano.
– E come mai?
– Sono un ignorante; ma due o tre cose che so, mi bastano: la prima è che sotto il nave abbiamo la bocca: per mangiare più che per parlare…
– Ho la bocca anch’io, sotto il nave – disse il capitano – ma le assicuro che mangio soltanto quello che voi siciliani chiamate il pane del governo.
– Lo so: ma lei è un uomo.
– E il brigadiere? – domandò ironicamente il capitano indicando il brigadiere D’Antona.
-Non lo so – disse don Mariano squadrando il brigadiere con molesta, per il brigadiere, attenzione.
– Io – proseguì poi don Mariano – ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parole piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà [il termine spregiativo trae origine dal verso delle anatare]… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, che mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora piú giú, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in
giú: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere che la loro vita non ha piú senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…
– Anche lei – disse il capitano con una certa emozione. E nel disagio che subito sentí di quel saluto delle armi scambiato con un capo mafia, a giustificazione pensò di avere stretto le mani, nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti della nazione circonfusi di trombe e bandiere, al ministro Mancuso e all’onorevole Livigni: sui quali don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo. Al di là della morale e della legge, al di là della pietà, era una massa irredenta di energia umana, una massa di solitudine, una cieca e tragica volontà: e come un cieco ricostruisce nella mente, oscuro ed informe, il mondo degli oggetti,
così don Mariano ricostruiva il mondo dei sentimenti, delle leggi, dei rapporti umani. E quale altra nozione poteva avere del mondo, se intorno a lui la voce del diritto era state sempre soffocata dalla forza e il vento degli avvenimenti aveva soltanto cangiato il colore delle parole su una realtà immobile e putrida?
– Perché sono un uomo: e non un mezz’uomo o addirittura un quaquaraquà? – domandò con esasperata durezza.
– Perché – disse don Mariano – da questo posto dove lei si trova è facile mettere il piede sulla faccia di un uomo: e lei invece ha rispetto… Da persone che stanno dove sta lei, dove sta il brigadiere, molti anni addietro io ho avuto offesa peggiore della morte: un ufficiale come lei mi ha schiaffeggiato; e giù, nelle camere di sicurezza, un maresciallo mi appoggiava la brace del suo sigaro alla pianta dei piedi, e rideva… E io dico: si può più dormire quando si è stati offesi così?
– Io dunque non la offendo?
– No: lei è un uomo – affermò ancora don Mariano.
– E le pare cosa da uomo ammazzare o fare ammazzare un altro uomo?
– Io non ho mai fatto niente di simile. Ma se lei mi domanda, a passatempo, per discorrere di cose della vita, se è giusto togliere la vita a un uomo, io dico: prima bisogna vedere se è un uomo…
– Dibella era un uomo?
– Era un quaquaraquà – disse con disprezzo don Mariano: si era lasciato andare, e le parole non sono come i cani cui si può fischiare a richiamarli.
– E lei aveva particolari motivi per classificarlo cosí?
– Nessun motivo: lo conoscevo appena.
– Eppure il suo giudizio è esatto: e ci devono essere gli elementi di base… Forse lei sapeva che era una spia, un confidente dei carabinieri…
– Non me ne curavo.
– Ma lo sapeva…
– Lo sapeva tutto il paese.
– Le nostre segrete fonti di informazioni… – disse con ironia il capitano, voltandosi a guardare il brigadiere. E a don Mariano – E forse Dibella rendeva qualche servizio agli amici passando a noi determinate confidenze… Lei che ne dice?
– Non lo so.
– Ma almeno per una volta, una diecina di giorni addietro, Dibella si è lasciato sfuggire una informazione giusta: in questo ufficio, seduto dove è seduto lei… Lei come ha fatto a saperlo?
– Non l’ho saputo: e a saperlo non ne avrei avuto né caldo né freddo.
– Forse il Dibella è venuto da lei a confessare l’errore, agitato dal rimorso…
– Era persona da sentire paura, non da sentire rimorso: e non c’era ragione perché venisse da me.
– E lei, è uomo da sentire rimorso?
– Né rimorso né paura; mai.
– Certi suoi amici dicono che lei è religiosissimo.
– Vado in chiesa, mando denaro agli orfanotrofi…
– Crede che basti?
– Certo che basta: la Chiesa e grande perché ognuno ci sta dentro a modo proprio.
– Non ha mai letto il Vangelo?
– Lo sento leggere ogni domenica.
– Che gliene pare?
– Belle parole: la Chiesa è tutta una bellezza.
– Per lei, vedo, la bellezza non ha niente a che fare con la verità.
– La verità e nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità.
Il brigadiere cominciava a stancarsi: si sentiva come un cane costretto a seguire il cammino del cacciatore attraverso una pietraia arsa, dove non stinge la più tenue traccia di selvaggina.
Un lungo contorto cammino: sfioravano appena i morti ammazzati e subito allargavano il giro; la Chiesa, l’umanità, la morte. Una conversazione da circolo, Cristo di Dio: e con un delinquente…
– Lei ha aiutato molti uomini – disse il capitano – a trovare la verità in fondo a un pozzo.
Don Mariano gli aprí in faccia occhi freddi come monete di nichel. Non disse niente.
– E il Dibella era già nella verità – continuò il capitano – quando scrisse il suo nome e quello di Pizzuco…
– Nella pazzia era, altro che verità.
– Non era pazzo… Lo avevo fatto venire subito dopo la morte di Colasberna: già avevo avuto delle informazioni anonime che mi permettevano di collegare l’omicidio a determinati interessi… Sapevo che a Colasberna erano state rivolte proposte e minacce, che gli avevano persino sparato, ma per avvertimento: e a Dibella ho chiesto se poteva darmi informazione sull’identità di colui che aveva fatto proposte e minacce a Colasberna. Smarrito, ma non tanto da darmi una sola e giusta traccia, mi diede due nomi: uno dei due, come ho poi constatato,
soltanto per confondermi… Ma io volevo proteggerlo; né d’altra parse potevo permettermi l’errore di fermare i due indicati dal Dibella: uno dovevo fermarne, a colpo sicuro; poiché appartenevano a due cosche in contrasto, e uno dei due doveva essere nettamente fuori: o il La Rosa o il Pizzuco… Nel frattempo, veniva denunciate la sparizione del Nicolosi: e mi sorpresero certe coincidenze… E anche il Nicolosi, prima di sparire, ci aveva lasciato un nome.
Abbiamo messo le mani su un certo Diego Marchica, che certo lei conosce: e ha confessato…
– Diego? – esplose incredulo don Mariano.
– Diego – confermò il capitano; e ordinò al brigadiere di leggere la confessione.
Don Mariano seguí la lettura con un ronfare che pareva d’asma: e invece era di rabbia.
– Diego, come vede, ci ha portato a Pizzuco senza farsi pregare: e Pizzuco a lei…
– A me non vi ci porta nemmeno Dio – disse con sicurezza don Mariano.
– Lei ha molta stima per Pizzuco – constatò il capitano.
– Non ho stima per nessuno, ma conosco tutti.
– Non voglio deluderla per quanto riguarda Pizzuco, tanto piú che Diego le ha dato una grande delusione.
– È un cornuto – disse don Mariano, la faccia sformata da incontenibile nausea: e fu un segno di inaspettato cedimento.
– Non le pare di essere un po’ ingiusto? Diego non ha nemmeno accennato a lei.
– E io che c’entro?
– E dunque perché si arrabbia, se non c’entra?
– Non mi arrabbio: mi dispiace per Pizzuco, che è un uomo a posto… Quando vedo infamità, io mi inquieto.
– Lei può garantire che quanto ha detto Marchica a carico di Pizzuco sia del tutto falso?
– Io non posso garantire niente: nemmeno una cambiale da un grano.
– Ma non crede che Pizzuco sia colpevole.
– Non lo credo.
– E se fosse il Pizzuco stesso a confessarlo, e a chiamare lei come complice?
– Direi che gli è fuggito il senno.
– Non è stato lei a incaricare Pizzuco di sistemare, con le buone o con le brusche, Colasberna?
-No.
– Non ha compartecipazione o interessi in imprese edilizie?
– Io? Manco per sogno.
– Non è stato lei a raccomandare l’impresa Smiroldo per un grosso appalto, ottenuto con modalità a dir poco inconsuete grazie alla sue raccomandazione?
– No… Sí: ma io raccomandazioni né faccio a migliaia.
– Di che genere?
– Di ogni genere: l’appalto, il posto in banca, la licenza liceale, il sussidio…
– A chi rivolge le sue raccomandazioni?
– Agli amici che possono fare qualcosa.
– Ma di solito a chi?
– A chi mi è piú amico; e a chi può fare di piú.
– E non ricava qualche vantaggio, qualche profitto, qualche segno di riconoscenza?
– Ne ricavo amicizia.
– Tuttavia, qualche volta…
– Qualche volta, a Natale, mi regalano la cassata.
– O un assegno: il ragioniere Martini, della ditta Smiroldo, ricorda un assegno per una grossa cifra intestato a suo nome dall’ingegnere Smiroldo; l’assegno gli è passato per le mani… Forse era un segno di riconoscenza per il grosso appalto ottenuto, o la ditta aveva avuto da lei altri servizi?
– Non ricordo; poteva anch’essere una restituzione.
– Fermeremo l’ingegnere Smiroldo, poiché lei non ricorda.
– Ecco: così io faccio a meno di sforzarmi a ricordare… Sono vecchio, la mia memoria qualche volta inciampa.
– Posso fare appello alla sua memoria almeno per quanto riguarda un fatto piú recente?
– Vediamo.
– L’appalto per lo stradale Monterosso-Falcone: a parte il fatto che lei è riuscito ad ottenere il finanziamento per una strada completamente inutile, su un tracciato impossibile, e che è stato lei a ottenere il finanziamento né abbiamo la prova nell’articolo di un corrispondente locale che gliene da merito; a parte ciò, l’impresa Fazello non deve a lei l’attribuzione dell’appalto? Cosi mi ha detto il signor Fazello: e non credo avesse ragione di mentire.
– Non ne aveva.
– E ha saputo, sotto una qualsiasi forma, dimostrarle riconoscenza?
– Come no? È venuto a soffiare qui la storia: mi ha pagato di misura e con la giunta.

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989) è stato uno scrittore, giornalista, saggista, politico, critico d’arte, poeta, drammaturgo e insegnante di italiano.

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