Il plurale del termine “belga”

Ciao a tutti cari amici!

Oggi parliamo della formazione del plurale del termine “belga”, spesso un vero e proprio cruccio sia per gli stranieri sia per noi italiani. Ma come si dirà? Belghi? Belgi? Scopriamolo assieme…

Dunque, secondo la regola grammaticale, in lingua italiana i nomi che finiscono in -ca e –ga formano il plurale in –chi e -ghi (quando sono maschili) e in -che e -ghe (quando sono femminili).

Alcuni esempi: monarca – monarchi (m), patriarca – patriarchi (m), duca – duchi (m), collega – colleghi (m) – colleghe (f), basilica – basiliche (f), bottega – botteghe (f), barca – barche (f), mucca – mucche (f), bocca – bocche (f), daga – daghe (f), maga – maghe(f)

Beh, sembra facile, si dice belghi. No, colpo di scena!

Signore e Signori, vi presento l’unica parola che non segue questa regola e che fa eccezione. In italiano, infatti, si dice belgi, forse per l’influenza fonetica del nome della nazione (il Belgio) e del termine francese Belges (belgi, abitanti del Belgio).

Dinant – Belgio

D’accordo, ma se il plurale maschile fa eccezione… che forma si deve usare per il plurale femminile?

Il plurale femminile segue la norma grammaticale generale e, non facendo eccezione, sarà belghe!

Ricapitoliamo:

singolare plurale
maschile belga belgi (eccezione)
femminile belga belghe (regola)

Spero che questo post vi torni utile e che vi fornisca nuovi spunti di riflessione per l’approfondimento e lo studio della lingua italiana.

Un caro saluto e a presto!

Emma De Luca

Bibliografia

  1. Valeria della Valle e Giuseppe Patota, Il Salvalingua, Sperling &Kupfer Editori, Milano, 1995.
  2. Luca Serianni, Italiano, Garzanti Editore, Milano, 2008.
  3. Luca Serianni, Grammatica Italiana, Italiano comune e lingua letteraria, UTET, Novara, 2016.

Qual è la differenza tra “ho” e “o”?

Ciao a tutti!

Anche se può sembrare strano, non sono pochi gli italiani – anche stranieri – che sbagliano nel coniugare il verbo avere, e finiscono per scrivere la congiunzione “o”: io o fatto (io ho fatto), ti o detto (ti ho detto), o paura (ho paura) e così via. Secondo me, questo succede per distrazione, considerando che la lettera h non ha suono, oppure perché non si conosco bene le regole dell’ortografia italiana. Qualche settimana fa, ho dedicato un intero post alla lettera h, quindi vi consiglio di leggerlo.

Adesso vediamo alcuni usi della congiunzione “o”, senza approfondire, però, la sua funzione all’interno della frase:

a) Carlo, è prendere o lasciare, devi decidere.
b) O la va o la spacca. (proverbio)
c) La sera o leggo o guardo la TV.
d) Vuoi la frutta o il dolce?
e) Vuoi andare al cinema o sei stanca?
f) Stai zitto, o me la pagherai!

Per quanto riguarda il verbo avere, dovete assolutamente impararne (memorizzare) la coniugazione, soprattutto al presente:

io ho – la grafia è ho e non o!
tu hai – la grafia è hai e non ai!
lui ha – la grafia è ha e non a!
noi abbiamo
voi avete
loro hanno – la grafia è hanno e non anno!

Altri esempi:

a) Nelle prossime vacanze, vorrei andare o in Brasile o negli Stati Uniti.

b) Ho avuto molti problemi con il mio ex: o l’accettavo o lo lasciavo.; l’ho lasciato!

ho, ha, hai e hanno sono le voci del verbo avere al presente che devono essere scritte con la lettera H davanti. Per ulteriori informazioni sulla lettera H, leggete il post Parliamo della lettera H!

Nel nostro prossimo post, studieremo la congiunzione “o”, nonché “ovvero” e “oppure”, più dettagliatamente.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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Parliamo della lettera H!

“Non vale un’Acca! La povera lettera H era proprio nata sfortunata: nessuno o quasi voleva la sua compagnia. Soltanto la C e la G si lasciavano avvicinare da lei, ma non sempre. Guai per esempio se faceva visita alla C quando era in compagnia della O oppure della A; ne sarebbe venuto fuori un CHORO da far rabbrividire o un mostruoso CHAVALLO!!! Una volta un bimbo la mise in un HAVEVA che fece inquietare la maestra. Allora, stanca di tanti tormenti, l’H decise di partire per una vacanza. Andò a sciare, ma appena SCIAVA diventava una SCHIAVA. Rinunciò allo sci e pensò di fare un GIRO in compagna, ma diventò un GHIRO e dormì per tutto l’inverno.” (da M. Argilli, Il gioco delle cose, Bompiani, Milano, 1971)

Spero che questa piccola fiaba vi sia piaciuta, poiché, oggi, andremo a curiosare su una delle più enigmatiche lettere dell’alfabeto italiano: la lettera h, che non ha alcun valore fonologico, nonostante rappresenti un vero e proprio grafema diacritico.

I grafemi diacritici sono dei segni aggiunti a una determinata lettera che servono a modificarne la pronuncia o il significato. Nella lingua italiana, per esempio, abbiamo "e", "è" e "é" che non sono lettere diverse, ma la stessa lettera e con o senza accento. Nella lingua portoghese (e in altre lingue come il turco, il rumeno, ecc.) c'è Il cediglia ( ¸ ), un segno a forma di uncino, aggiunto ad alcune consonanti per modificarne la pronuncia: maçã (mela) e maca (amaca).

Come già lo sapete, la lettera h – ottava lettera dell’alfabeto italiano – è muta e serve soltanto come segno grafico nei seguenti casi:

a) per dare alle consonanti c e g il suono duro o gutturale davanti alle vocali e e i: sughero, zuccheroghiro, chi, che;

b) in alcuni voci del verbo avere: ho, hai, hahanno;

c) nelle interiezioni e esclamazioni: oh!, ahi!, ahimè!;

Può sembra strano, ma proprio perché non la si pronuncia, la lettera h suscita frequenti errori di ortografia anche da parte di molti italiani. Quindi, vediamo alcuni casi particolari:

ho voce del verbo avere Ho un sacco di libri a casa.
o congiunzione Vuoi caffè o acqua?
oh interiezione o esclamazione Oh, che bel vestito!
hai voce del verbo avere Hai visto il mio zaino?
ai preposizione articolata Avete dato il regalo ai ragazzi?
ahi interiezione o esclamazione Ahi, che mal di stomaco!
ha voce del verbo avere Carlo ha fame.
a preposizione Andiamo a casa?
ah interiezione o esclamazione Ah, che meraviglia!
hanno voce del verbo avere I bambini hanno tanti giocatoli.
anno nome L’anno è volato.

Ricordatevi, però, che la lettera h compare come lettera iniziale di tantissime parole straniere che pullulano il lessico italiano come hotel, handicap, harem, hostess, hot dog, ecc. e latine habitat, homo, humus, ecc.

In questo piccolo video, ascolterete la pronuncia di alcune parole straniere che iniziano con l’acca. Fate molta attenzione perché in italiano, DI SOLITO, la lettera acca non viene pronunciata:

A proposito della pronuncia, riporto qui un’importante considerazione del linguista Luca Seriani, tratta dalla sua Grammatica Italiana, sull’uso degli articoli prima di parole che cominciano per h:

«Più difficile regolarsi davanti a h, che ora è muta (per esempio nelle voci latine e in gran parte di quelle francesi), ora è aspirata (come in inglese e in tedesco). Sarebbe opportuno usare l’ e un nel primo caso (come si fa per le parole italiane con iniziale vocalica) e louno nel secondo, per analogia con quel che avviene davanti a gruppi consonantici esotici. Quindi, da un lato “l’habeas corpus” D’Annunzio, Croce, “dall’harem” Cassieri; dall’altro “sullo Hegel” Croce, “lo Hitler” Spini, Disegno storico, III, 410. Sempre l’ e un andrebbero usati nei derivati con suffisso italiano: “un heiniano” Carducci, “dall’hitlerismo” Croce. Ma gli esempi di usi diversi da questi sono tutt’altro che rari e sono imputabili, almeno in parte, all’incertezza sul valore fonetico di h nel termine straniero.»

Le parole handicap e hot dog, per esempio, nonostante siano degli anglicismi – pronunciati, ovviamente, con la h aspirata -, hanno subito ciò che in linguistica viene chiamato “italianizzazione della pronuncia”. Infatti, i dizionari più recenti riportano l’h iniziale come una consonante muta, per cui gli articoli utilizzati davanti a queste parole saranno l’ e un: l’handicap e un handicap, l’hot dog e un hot dog. In caso di dubbio riguardante i vocaboli stranieri, consultate un buon dizionario.

Con uso figurativo troviamo la lettera h nelle espressioni non saperne, non capire, non valere un'acca: Francesco non capisce un'acca di economia. Il significato nasce dal fatto, come abbiamo visto, che la lettera h non un suono proprio nella lingua italiana.

Per essere una lettera muta, credo che ne abbiamo parlato fin troppo, non è vero? Spero, comunque, che il post vi sia piaciuto.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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Bibliografia:

  1. Cetroni M.R. et aliiGrammaticando. Cercola (Napoli), Loffredo Editore, 1997.
  2. SABATINI, Francesco, La comunicazione e gli usi della lingua.
  3. DARDANO, Maurizio e TRIFONE, Pietro. Parole e Frasi. Bologna, Zanichelli Editore Spa, 1985.
  4. SERIANI, Luca. Grammatica italiana. Torino, Utet Editore, 1991.

L’ortografia della lingua italiana: SCE e SCI

ortografia italiano

Ciao a tutti!

Nel nostro post precedente abbiamo studiato le parole che fanno il plurale in ge e gie. Avete già notato che siamo praticamente arrivati alla fine delle questioni ortografiche più importanti della lingua italiana?

L’uso di sce e sci suscita non pochi dubbi negli studenti italiani e stranieri, poiché in quasi tutte le parole scritte con la combinazione scie la i” non viene pronunciata, come vedremo di seguito:

  • Si usa sempre sce: scena, scende, nascente, discente, appariscente, ecc.

Fanno eccezione le parole:

  • scienza, scienziato, scientifico, scientificamente, ecc.
  • coscienza, cosciente, coscientemente, coscienzioso, incoscienza, ecc.

Oss.:  nell’italiano odierno la “i” delle parole scienza e coscienza e dei suoi derivati non viene pronunciata: [šènza] e [koššènza]

  • usciere – s.m. (anche con riferimento a donna; meno diffuso il f.usciera)
    impiegato che ha il compito di dare informazioni al pubblico, di accompagnare ai vari uffici e di annunciare i visitatori, di sbrigare servizi vari: u. del municipio.

Oss: nell’italiano odierno la “i” della parola usciere non viene pronunciata [uššère]

  • scie [scìe] – plurale di scia.

Se avete dei dubbi riguardo alla pronuncia delle parole, potete sempre consultare il DOP – dizionario italiano multimediale d’Ortografia e di Pronunzia disponibile in rete.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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L’ortografia della lingua italiana: GE e GIE

ortografia italiano

Ciao a tutti!

Nel post precedente abbiamo studiato le parole che fanno il plurale in –ce e –cie. Oggi, invece, studieremo quelle che lo fanno in –ge e –gie. Anche in questo caso ci sono delle regole da seguire, però le eccezioni non mancano mai!

A) Si usa ge:

– in sillaba finale, nei plurali dei nomi e degli aggettivi in -gia, se la g è preceduta da una consonante: pioggia – piogge, spiaggia – spiagge, selvaggia – selvagge.

B) Si usa gie:

– in sillaba finale, nei plurali dei nomi e degli aggettivi in –gia, se la g è preceduta da una vocale: valigia – valige, ciliegia – ciliegie, grigia – grigie. 

C) In sillaba finale, nei plurali dei nomi in –gìa (con la ì accentata): bugia – bugie, antologia – antologie. 

ATTENZIONE: ci sono delle parole che hanno il doppio plurale come ciliegia (pl. -gie o -ge), valigia (pl. -gie o -ge), ecc.
In alcuni casi, il mantenimento della i può essere utile per evitare qualsia tipo di confusione, per esempio, tra il sostantivo reggia e la voce verbale regge (dal verbo reggere). La libertà di scelta, come vedete, è ampia e possiamo sempre affidare la compressione del senso al contesto al quale siamo inseriti.

Spunti tratti dal libro Datti una regola, di Rosetta Zordan.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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L’ortografia della lingua italiana: -CE e -CIE

ortografia italiano

Ciao a tutti!

Oggi studieremo ce e cie, il cui uso, come vedremo, segue una regola abbastanza fissa, anche se ci sono delle eccezioni.

A) Si usa ce:

– in sillaba finale, nei plurali dei nomi e degli aggettivi in –cia, se la c è preceduta da una consonante: freccia – frecce, arancia – arance, bocciabocce.

Arance

B) Si usa cie:

– in sillaba finale, nei plurali dei nomi e degli aggettivi in –cia, se la c è preceduta da una vocale: camicia – camicie, valigia – valigie, socia – socie.

C) In sillaba finale, nei plurali dei nomi in –cìa (con la ì accentata): farmacia – farmacie.

camice ospedaliero
Camice ospedaliero

 

Comunque, quando ce e cie si trovano all’interno delle parole, non sempre è facile scriverle in modo corretto. In caso di dubbio, non esitate a consultare il dizionario! Le parole più diffuse sono: cielo, cieco, superficie, sufficiente, sufficienza, coscienza, specie, società, socievole, arciere, artificiere, crociera, braciere, paciere.

ATTENZIONE: ci sono delle parole che hanno il doppio plurale come camicia (pl. -cie o -ce), audacia (pl. -cie o -ce), ferocia (pl. -cie o -ce), ecc.
In alcuni casi, il mantenimento della i può essere utile per evitare qualsia tipo di confusione con il sostantivo càmice e con gli aggettivi audace e feroce. La libertà di scelta, come vedete, è ampia. Possiamo sempre affidare la compressione del senso al contesto al quale siamo inseriti.

Spunti tratti dal libro Datti una regola, di Rosetta Zordan.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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L’ortografia della lingua italiana – “li” e “gli”

 

ortografia italiano

Ciao a tutti!

Oggi studieremo le combinazioni “li” e “gli” che, a volte, confondono un po’ non solo gli stranieri ma anche gli italiani. Quindi fate attenzione alle regole per non sbagliare!

1) Si usa “li”:

a) all’inizio di parola: liana, lievito, lieto. Eccezione: l’articolo gli e i pronomi gli (= a lui), glielo, gliela, gliele, gliene;

b) quando la l è doppia: mollica, sollievo, allievo;

c) nelle parole in cui l’accento cade sulla i e nei loro derivati: malia (ammaliare), regalia, balia;

d) nelle parole che mantengono l’originaria grafia latina: milione, ciliegia, esilio, olio;

e) in tutti i nomi propri di persona: Virgilio, Aurelia, Emilio, Attilio. Eccezione: Guglielmo, Gigliola;

f) in alcuni nomi geografici di origine latina: Sicilia, Italia, Versilia.

2)  Si usa “gli” nei nomi geografici di origine straniera (Siviglia, Marsiglia) e in tutti gli altri casi: giglio, maglione, luglio, consiglio, famiglia.

La parola famigliare si può scrivere anche familiare.

Spunti tratti dal libro Datti una regola, di Rosetta Zordan.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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