Alcuni consigli per imparare la lingua italiana e altre lingue!

Ciao a tutti!

Il nostro post di oggi ha una tipologia molto diversa, poiché non parlerò di grammatica, letteratura, arte, etimologia, ecc. Oggi vi darò alcuni consigli utili per aiutarvi a studiare qualsiasi lingua straniera, in base, naturalmente, alla mia esperienza prima con l’inglese, poi con l’italiano e adesso con il tedesco.

Non è facile imparare una lingua straniera, vero? Soprattutto quando si è ormai adulti e si ha poco tempo da dedicare agli studi. Se si studia una lingua straniera all’università, si è di fronte a un programma molto preciso, a un vero è proprio percorso linguistico (grammatica, cultura, letteratura, civiltà, ecc.) che porterà gli studenti a un buon livello di conoscenza della lingua straniera. Sì, ho detto un “buon livello” e non un “ottimo livello”. Interiorizzare una nuova lingua, in tutti i suoi aspetti, non è una cosa che succede da un giorno all’altro, e tanto meno alla fine del percorso accademico. Se, invece, si decide di studiare una lingua straniera presso un normale corso di lingua, l’approccio sarà piuttosto comunicativo, molto diverso da quell’universitario.

grammatiche
Alcune delle mie grammatiche

Affresco della Lingua Italiana, fra pochi mesi, compirà due anni! Ormai ho imparato a conoscervi, soprattutto attraverso i vostri commenti in cui spesso lasciate trasparire il vostro stato d’animo. Frequentemente mi accorgo che siete ansiosi di parlare bene l’italiano, magari perché le vostre prestazioni linguistiche non hanno ancora raggiunto il livello desiderato o perché “sbagliate” in cose che “dovreste” già sapere. Ed è esattamente della gestione dei vostri “sbagli” che vorrei parlare per primo:

1) Non vi preoccupate eccessivamente degli sbagli che commettete, perché loro saranno una costante nella vostra vita (ancora oggi inciampo in cose che so bene nella lingua italiana!).

2) Si sbaglia per tanti motivi: perché si è distratti, stanchi, perché non si conoscono bene determinati argomenti oppure perché non sono stati ancora studiati.

3) Sbagliare fa parte di qualsiasi processo di apprendimento, soprattutto quello legato all’acquisizione di una lingua straniera. Se non sbagliate, significa che non state mettendo in pratica le vostre conoscenze.

4) Non chiedete mai scusa se qualcuno vi corregge, dite semplicemente “grazie”. Chiedere scusa è importante nella nostra vita, ma non quando commettiamo degli errori linguistici!

dizionari
Alcuni dei miei dizionari

Alcuni consigli e riflessioni sull’apprendimento di una lingua: 

a) Prima di tutto, chiedete a voi stessi perché studiate la lingua italiana (o un’altra lingua): per lavoro, passione, perché siete discendenti, ecc. Avere chiaro il motivo e lo scopo per cui studiamo una lingua straniera ci aiuta a trovare la strada didattica/metodologica più adatta alle nostre esigenze.

b) Praticate la lingua senza paura di sbagliare e ricordatevi: sbagliare fa parte della nostra crescita linguistica e personale.

c) Iscrivetevi ai gruppi/pagine di lingua italiana (quelli buoni!) sulle reti sociali e cercate di fare amicizia con altri studenti. Magari potete fare un tandem linguistico – un metodo di apprendimento delle lingue straniere molto utilizzato in tutto il mondo. Basta trovare un partner madrelingua con il quale poter attivare una conversazione via Skype e il gioco è fatto. Normalmente, ciascun dei due partecipanti è madrelingua della lingua che l’altro vuole imparare.

d) Non limitatevi soltanto al vostro metodo/grammatica, se seguite un normale corso di lingua italiana. Studiate anche un po’ della storia, cultura, politica, gastronomia, geografia: lo studio di una lingua straniera va molto oltre le infinite regole grammaticali che troviamo sui libri.

Alcuni dei miei libri che mi aiutano a scoprire di più sull’Italia

f) Ascoltate la radio! Se avete un cantante preferito, scegliete alcuni dei suoi testi (parole) e cercate di tradurli nella vostra lingua madre. Nelle parole delle canzoni ci sono tantissimi vocaboli di uso quotidiano ed espressioni idiomatiche che arricchiranno, sicuramente, il vostro lessico.

g) Se studiate la lingua italiana da autodidatta, vi consiglio di comprare un metodo e di studiarlo dall’inizio alla fine (dall’A1 al C2). I materiali che trovate in rete vi aiuteranno ad approfondire le vostre conoscenze, ma non possono essere il vostro metodo esclusivo di studio, altrimenti vi sentirete persi in mezzo a un mare di siti e blog.

h) Comprate un buon dizionario bilingue e un monolingue: l’uso quotidiano del dizionario vi aiuterà nella acquisizione di nuovi vacaboli.

i) Leggete sempre, cercando di scegliere dei libri adatti al vostro livello e ricordatevi: la lettura è fondamentale nell’acquisizione di una lingua straniera. I libri per bambini sono molto utili, poiché vengono scritti con delle strutture molto semplici che saranno la base per quelle più complesse.

I libri per bambini ci aiutano a imparare nuove paroline

Dopotutto, l’apprendimento di una lingua straniera dev’essere divertente e piacevole, non una tortura! Quindi spero che d’ora in poi vi rilassiate un po’ di più e affrontiate lo studio della lingua italiana (o di un’altra) con più gioia. Ricordatevi che l’apprendimento di una seconda lingua è un processo di costruzione quotidiana: ogni giorno un pezzettino come se fosse un grande puzzle, solo così raggiungete la padronanza linguistica. Oramai sono più di vent’anni che studio la lingua italiana e vi dico con tutta sincerità: ho ancora tanti dubbi e tanto ancora da imparare insieme a voi.

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

Se il post vi è piaciuto, fateci sapere nei commenti!

 

 

Un patrimonio ereditario importante – il latino e il fiorentino

Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi, faremo un viaggio linguistico nel tempo (diacronico), siete pronti? Sapete qual è l’origine della lingua italiana? Perché ci sono tante parole simili nelle lingue dette romanze (o neolatine) come il portoghese, lo spagnolo, il catalano, il francese, il rumeno, l’italiano, ecc? Anche nelle lingue appartenenti ad altri gruppi linguistici, come l’inglese e il tedesco, riscontriamo tantissime parole derivate dal latino.

scuola-latino

Una comune classe latina

Il latino è un’antica lingua indoeuropea appartenente al ramo italico, originariamente parlata nel Lazio (Lătĭŭm in latino), almeno dagli inizi del I millennio a.C. Fu diffuso principalmente nell’Europa occidentale, come lingua ufficiale della Repubblica Romana, dell’Impero Romano e, dopo la conversione al cristianesimo, dalla Chiesa Cattolica Romana.

Sicuramente avete letto o sentito dire che la “vera” lingua italiana si parla in Toscana. In realtà, a Siena e a Firenze ma anche nelle altre città toscane, il linguaggio comune e quotidiano non è molto diverso dall’italiano che italiani e stranieri studiano sui libri, nelle scuole e nei corsi. In Toscana, a differenza di quasi tutte le regioni italiane, non esiste un dialetto distinto, e lo sapete perché?

Nel 1300, esistevano tantissime lingue (o dialetti) parlate nelle diverse regioni d’Italia. Nonostante esse avessero tanti aspetti comuni – perché derivavano, appunto, dal latino -, si distinguevano in modo sostanziale tra di loro. In questo stesso secolo, per coincidenza, tre grandissimi scrittori toscani – Dante, Petrarca e Boccaccio – decisero di scrivere le loro opere non in latino, ma nella lingua che oramai il popolo parlava da qualche tempo, cioè il dialetto toscano, più precisamente il fiorentino:

danteboccacciopetrarcauffizi1

Statue di Dante, Boccaccio e Petrarca nel loggiato degli Uffizi (Firenze)

1 – Dante scrisse la Divina Commedia;
2 – Petrarca scrisse il Canzoniere, raccolta con 366 componimenti poetici;
3 – Boccaccio scrisse il Decameron.

Queste opere, ormai patrimonio letterario dell’umanità, ebbero tantissima fortuna, tanto da far divenire il dialetto fiorentino lingua letteraria. Nel medesimo secolo, le città di Pisa, Lucca, Siena e Firenze divennero il centro economico della regione grazie ai ricchissimi mercanti banchieri, che potevano prestare soldi ai re e al papa. Essi viaggiavano non solo in tutta Italia ma anche all’estero e, così, fecero conoscere la lingua toscana anche nel mondo degli affari: il toscano da dialetto regionale, originario dal latino, divenne lingua nazionale italiana.

Ma torniamo alla lingua latina! Alla base della lingua italiana ci sono prevalentemente vocaboli ereditati dal latino, pervenuti in due modi molto distinti:

1) Direttamente dal latino parlato (o volgare), soprattutto attraverso vocaboli di uso popolari, che sono stati usati nel corso dei secoli, ma che hanno subito mutamenti fonetici e morfologici:

mátrem – madre
àrborem – albero

Nel passaggio dal latino all'italiano, si sono verificati dei cambiamenti importanti di significato: la parola casa, per esempio, in origine significava capanna, poi è passata ad indicare casolare, più genericamente abitazione. Nel latino classico, con il significato di casa, si usava domus, da cui derivano i vocaboli domestico e duomo.

2) Direttamente dal latino classico (o letterario), detti vocaboli dotti o latinismi presi dal latino scritto, per un certo periodo di tempo non adoperati, ma rivisitati e riutilizzati a partire dal Duecento. Questi vocaboli furono definiti dotti non perché fossero usati da persone dotte, ma perché non subirono delle trasformazioni attribuite innanzitutto all’uso quotidiano:

usa(m) – causa
poéta(m) – poeta
amáre – amare

limpero-romano

L’Impero Romano alla sua massima espansione (Wikipedia)

Con l’espansione dello Stato Romano, il latino svolse un ruolo di grande rilievo nella vita politica, sociale e culturale non solo nella penisola italica, ma nelle terre conquistate, poiché era la lingua ufficiale dell’Impero, radicatasi, in seguito alle conquiste, in gran parte dell’Europa e dell’Africa Settentrionale. Dunque tutte le lingue romanze (e tantissimi dialetti italiani) discendono dal latino volgare – cioè parlato dal popolo -, benché si riscontrino spesso, in molte lingue moderne, appartenenti ad altri ceppi, vocaboli di origine latina. Anche dopo la caduta dell’Impero d’Occidente, per più di un millennio, il latino continuò a essere adoperato, nel mondo occidentale, come la lingua della cultura e della letteratura.

Intorno al XVII/XVII secolo, il latino fu sovrapposto da alcune lingue europee vive di quel tempo:

1- In alcuni ambienti letterari e nella diplomazia fu sovrapposto dal francese, che, essendo una lingua romanza, continuò a influenzare altri idiomi fino ai primi decenni del Novecento, tramandando tantissimi vocaboli di origine latina;

2 – Nel medesimo periodo (XIX), prese il sopravvento la lingua inglese, denominata lingua franca. Nonostante appartenga al ceppo germanico, presenta un numero significativo di vocaboli (75%) ereditati dal latino, grazie soprattutto alla diffusione di termini dotti tramandati dai monaci predicatori del cristianesimo, e più tardi alla conquista dell’Inghilterra dai Normanni francesizzati.

Il nostro viaggio linguistico finisce qui, quindi alla prossima!

Claudia V. Lopes

Arrivederci e buono studio!

Se il post di oggi vi è piaciuto, fatecelo sapere nei commenti!

L’antilingua – Italo Calvino

Ciao, ragazzi!

Vorrei condividere con voi questo bellissimo articolo di Italo Calvino (uno dei miei scrittori italiani preferiti), pubblicato nel 1965 sul quotidiano “Il Giorno”, in cui parla dell’antilingua, cioè di un italiano surreale che avrebbe contagiato la lingua italiana quotidiana, la cui sostanza è semplice e chiara. Nonostante siano passati più di 20 anni, le parole che leggiamo sono molto attuali e ci fanno riflettere sulla sorte non solo della lingua italiana, ma di tante altre lingue che si confrontano ogni giorno con i forestierismi e con la tendenza che molti settori e “intellettuali” hanno di complicare una lingua semplice.

italo-calvino

Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985) è stato uno dei più grandi scrittori, narratori e intellettuali del Novecento.
Riporto qui di seguito il testo integrale, spero che serva a farvi riflettere su come state impostando i vostri studi di italiano:

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”.

Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.

Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loto forza, come ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato un’efficace descrizione.

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ».

La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.

Se il linguaggio «tecnologico» di cui ha scritto Pasolini (cioè pienamente comunicativo, strumentale, omologatore degli usi diversi) si innesta sulla lingua, non potrà che arricchirla, eliminarne irrazionalità e pesantezze, darle nuove possibilità {dapprincipio solo comunicative, ma che creeranno, come è sempre successo, una propria area di espressività); se si innesta sull’antilingua, ne subirà immediatamente il contagio mortale, e anche i termini «tecnologici» si tingeranno del colore del nulla.

L’italiano finalmente è nato, – ha detto in sostanza Pasolini, – ma io non lo amo perché è «tecnologico».

L’italiano da un pezzo sta morendo, – dico io, – e sopravviverà soltanto se riuscirà a diventare una lingua strumentalmente moderna; ma non è affatto detto che, al punto in cui è, riesca ancora a farcela.

Il problema non si pone in modo diverso per il linguaggio della cultura e per quello del lavoro pratico. Nella cultura, se lingua «tecnologica» è quella che aderisce a un sistema rigoroso, – di una disciplina scientifica o d’una scuola di ricerca – se cioè è conquista di nuove categorie lessicali, ordine più preciso in quelle già esistenti, strutturazione ne più funzionale del pensiero attraverso la frase, ben venga, e ci liberi i di tanta nostra fraseologia generica. Ma se è una nuova provvista di sostantivi astratti da gettare in pasto all’antilingua, il fenomeno non è positivo né nuovo, e la strumentalità tecnologica vi entra solo per finta.

Ma il giusto approccio al problema mi pare debba avvenire al livello dell’uso parlato, della vita pratica quotidiana. Quando porto l’auto in un’officina per un guasto, e cerco di spiegare al meccanico che «quel coso che porta al coso mi pare che faccia uno scherzo sul coso», il meccanico che fino a quel momento ha parlato in dialetto guarda dentro il cofano e spiega con un lessico estremamente preciso e costruendo frasi d’una funzionale economia sintattica, tutto quello che sta succedendo al mio motore.

In tutta Italia ogni pezzo della macchina ha un nome e un nome solo, (fatto nuovo rispetto alla molteplicità regionale dei linguaggi agricoli; meno nuovo rispetto a vari lessici artigiani), ogni operazione ha il suo verbo, ogni valutazione il suo aggettivo. Se questa è la lingua tecnologica, allora io credo, io ho fiducia nella lingua tecnologica.

Mi si può obiettare che il linguaggio – diciamo così. – tecnico-meccanico è solo una terminologia; lessico, non lingua. Rispondo: più la lingua si modella sulle attività pratiche, più diventa omogenea sotto tutti gli aspetti, non solo, ma pure acquista «stile».

Finché l’italiano è rimasto una lingua letteraria, non professionale, nei dialetti (quelli toscani compresi, s’intende) esisteva una ricchezza lessicale, una capacità di nominare e descrivere i campi e le case, gli attrezzi e le operazioni dell’agricoltura e dei mestieri che la lingua non possedeva.

La ragione della prolungata vitalità dei dialetti in Italia è stata questa. Ora questa fase è superata da un pezzo: il mondo che abbiamo davanti, – case e strade e macchinari e aziende e studi, e anche molta dell’agricoltura moderna, – è venuto su con nomi non dialettali, nomi dell’italiano, o costruiti su modelli dell’italiano, oppure d’una interlingua scientifico-tecnico-industriale, e vengono adoperati e pensati in strutture logiche italiane o interlinguistiche. Sarà sempre di più questa lingua operativa a decidere le sorti generali della lingua …

Il dato fondamentale è questo: gli sviluppi dell’italiano oggi nascono dai suoi rapporti non con i dialetti ma con le lingue straniere. I discorsi sul rapporto lingua-dialetti, sulla parte che nell’italiano d’oggi hanno Firenze o Roma o Milano, sono ormai di scarsa importanza. L’italiano si definisce in rapporto alle altre lingue con cui ha continuamente bisogno di confrontarsi, che deve tradurre e in cui deve essere tradotto …

La nostra epoca è caratterizzata da questa contraddizione: da una parte abbiamo bisogno che tutto quel che viene detto sia immediatamente traducibile in altre lingue; dall’altra abbiamo la coscienza che ogni lingua è un sistema di pensiero a sé stante, intraducibile per definizione. Il libro ormai famoso di Georges Mounin (di cui è imminente un’edizione italiana adattata dalla stesso autore con esempi italiani) ha detto tutto quel che può essere detto sulla possibilità e l’impossibilità di tradurre, e non credo ci sia per ora nulla da aggiungere, se non sul piano delle previsioni del futuro.

Le mie previsioni sono queste: ogni lingua si concentrerà attorno a due poli: un polo di immediata traducibilità nelle altre lingue con cui sarà indispensabile comunicare, tendente ad avvicinarsi a una sorta di interlingua mondiale ad alto livello; e un polo in cui si distillerà l’essenza più peculiare e segreta della lingua, intraducibile per eccellenza, e di cui saranno investiti istituti diversi come l’argot popolare e la creatività poetica della letteratura.

L’italiano, nella sua anima lungamente soffocata, ha tutto quello che ci vuole per tenere insieme l’uno e l’altro polo: la possibilità d’essere una lingua agile, ricca, liberamente costruttiva, robustamente centrata sui verbi, dotata d’una varia gamma di ritmi della frase.

L’antilingua invece esclude sia la comunicazione traducibile, sia la profondità espressiva.

La situazione sta in questi termini: per l’italiano trasformarsi in una lingua moderna equivale in larga parte a diventare veramente se stesso, a realizzare la propria essenza; se invece la spinta verso l’antilingua non si ferma ma continua a dilagare, l’italiano scomparirà dalla carta linguistica d’Europa come uno strumento inservibile.

Tratti da: La Nuova questione della lingua, a cura di O. Parlangeli, Brescia, Paideia. 1971; precedentemente in “Il Giorno”, 3-2-65.

Fateci sapere nei commenti cose ne pensate 🙂

Arrivederci e buona lettura!

Claudia V. Lopes