Eugenio Montale e le sue poesie più celebri

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Ciao a tutti!

Il nostro letterato di oggi si chiama Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981), un poeta, scrittore, giornalista e traduttore italiano che fa parte dei cosiddetti “poeti ermetici”, nonché destinatario del premio Nobel per la lettura nel 1975.

Il termine “ermetico” deriva da Ermete Trismegisto (dal greco antico Ἑρμῆς ὁ Τρισμέγιστος, in latino Mercurius ter Maximus), un personaggio considerato leggendario, vissuto all’età preclassica e ritenuto l’autore del Corpus hermeticum (una collezione di scritti dell’antichità che rappresentò la fonte di ispirazione del pensiero ermetico e neoplatonico rinascimentale).

Nella poesia, l'aggettivo ermetico è usato per indicare un tipo di scrittura impenetrabile e di significato oscuro (v. Quasimodo), o la corrente poetica stessa (Montale è considerato un poeta ermetico).

Montale figura tra i massimi poeti del Novecento già dalla sua prima raccolta intitolata Ossi di seppia, pubblicata nel 1925 e ripubblicata nel 1928. Nelle sue poesie sfociano termini di una poetica del negativo, che svela il “male di vivere” attraverso la distruzione/corrosione dell’io lirico tradizionale e, soprattutto, dell’uso del linguaggio.  La sua poesia è strettamente legata alla “poetica delle piccole cose“, influenzata da Pascoli e Gozzano, entrambi scrittori molto cari all’autore. Le piccole cose sarebbero quegli elementi tipici di una realtà povera che possiamo ritrovare intorno a noi e in qualsiasi momento della nostra vita: gli oggetti, le immagini e le voci della natura diventano veri simboli per l’uomo, che li vede non più con gli occhi da bambino o immerso in un’atmosfera crepuscolare. L’atmosfera, nella poesia di Montale, diventa cupa, completamente priva di luce, senza speranza, come se la vita fosse una vera condanna esistenziale, incapace di offrire certezze o illusioni.

Nonostante Montale sia considerato un poeta ermetico, insieme a Quasimodo e Ungaretti (che vedremo nel prossimo post), le sue poesie sono cariche di colori vividi e di musicalità, quindi lasciatevi trasportare.

Ho scelto per voi alcune delle sue poesie più belle, perché ce ne sono davvero tante. Buona lettura!

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro 

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Ciò che di me sapeste

Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.

Ed era forse oltre il telo
l’azzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.

0 vero c’era il falòtico
mutarsi della mia vita,
lo schiudersi d’un’ignita
zolla che mai vedrò.

Restò così questa scorza
la vera mia sostanza;
il fuoco che non si smorza
per me si chiamò: l’ignoranza.

Se un’ombra scorgete, non è
un’ombra – ma quella io sono.
Potessi spiccarla da me,
offrirvela in dono.

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma…

So l’ora in cui la faccia più impassibile

So l’ora in cui la faccia più impassibile
è traversata da una cruda smorfia:
s’è svelata per poco una pena invisibile.
Ciò non vede la gente nell’affollato corso.

Voi, mie parole, tradite invano il morso
secreto, il vento che nel cuore soffia.
La piú vera ragione è di chi tace.
il canto che singhiozza è un canto di pace.

Condivido con voi il video in cui il proprio Montale recita la sua poesia “Forse in un mattino andando”, con sottotitolo in inglese.

Per approfondire lo studio letterario potete fare una piccola ricerca su Internet oppure comprare un buon libro di letteratura italiana.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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Un brano d’autore – Luigi Pirandello

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Ciao, ragazzi!

Oggi leggerò per voi un brano tratto dal libro Uno, nessuno e centomila, uno dei romanzi più famosi di Luigi Pirandello, iniziato nel 1909 e concluso nel 1915. Questo romanzo, l’ultimo di Pirandello, sintetizza il suo pensiero nel modo più completo e assoluto. Infatti, l’autore stesso, in una lettera bibliografica, lo definì come il romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita“.

Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936) è un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1934.

Buon ascolto!

Mia moglie e il mio naso

«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
«Niente,» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.»
Mia moglie sorrise e disse:
«Credevo ti guardassi da che parte ti pende.»
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
«Mi pende? A me? Il naso?»
E mia moglie, placidamente:
«Ma sì, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra.»
Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo.
Vide forse mia moglie molto più addentro di me in quella mia stizza e aggiunse subito che, se riposavo nella certezza d’essere in tutto senza mende, me ne levassi pure, perché, come il naso mi pendeva verso destra, così…
«Che altro?»
Eh, altro! altro! Le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^ ^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra; e altri difetti…
«Ancora?»
Eh sì, ancora: nelle mani, al dito mignolo; e nelle gambe (no, storte no!), la destra, un pochino più arcuata dell’altra: verso il ginocchio, un pochino.
Dopo un attento esame dovetti riconoscere veri tutti questi difetti. E solo allora, scambiando certo per dolore e avvilimento, la maraviglia che ne provai subito dopo la stizza, mia moglie per consolarmi m’esortò a non affliggermene poi tanto, ché anche con essi, tutto sommato, rimanevo un bell’uomo.

Glossario:

a) indugiare – tardare, lasciar passare del tempo prima di fare o dire qualcosa

b) sciagura – grave disgrazia, tragica calamità

c) sortire – (lett.) assegnare, dare in sorte

d) invanire – (non com.) rendere vanitoso

e) fattezza – lineamenti del viso, sembiante

f) arcuato – ricurvo

g) avvilimento – grande tristezza, abbattimento

h) maraviglia – toscano o letterario; meraviglia

i) stizza – ira improvvisa e passeggera, provocata per lo più da impazienza e contrarietà

Arrivederci e buono studio!

Claudia Valeria Lopes

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