Fabrizio de Andrè – Bocca di Rosa

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Ciao a tutti!

Nel nostro post di oggi parleremo di Fabrizio De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999), considerato dalla critica musicale italiana uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi. De André ha inciso, in quasi 40 anni di carriera, tredici album ed alcune canzoni pubblicate come singoli, che sono state inserite anche nelle antologie letterarie usate nelle scuole, poiché ricchissime di riferimenti letterari.

La maggior parte dei testi delle sue canzoni parlano degli emarginati, dei ribelli, delle prostitute, in poche parole, dei senza voce. Inoltre, De André è stato il primo artista italiano a dare spazio a tematiche del tutto nuove per l’epoca, molto diverse da quelle sentimentali tipiche della musica leggera nazionale.

Abbiamo scelto per voi una delle sue canzoni più conosciute chiamata Bocca di Rosa, considerata la signature song (canzone firma) dell’autore, alla quale viene maggiormente associato e conosciuto dal suo pubblico. In senso metaforico, l’espressione “bocca di rosa” viene usata, nel linguaggio comune, per far riferimento alla figura della prostituta.

Contenuto ed ispirazione:

“La canzone racconta la vicenda di una forestiera (Bocca di rosa) che, trasferitasi nel “paesino di Sant’Ilario”, con il suo comportamento passionale e libertino («faceva l’amore per passione»), ne sconvolge la quiete. Per cui viene presa di mira dalle «comari del paesino a cui aveva sottratto l’osso», le quali, non tollerando la condotta della nuova arrivata, si rivolgono al commissario, che manda «quattro gendarmi, con i pennacchi e con le armi» che condurranno Bocca di Rosa alla stazione di polizia e successivamente alla stazione ferroviaria, dove sarà accompagnata sul treno per essere allontanata per sempre dal paesino. Alla forzata partenza di Bocca di rosa assistono commossi tutti gli uomini del borgo, i quali intendono «salutare chi per un poco portò l’amore nel paese». Alla stazione successiva, la donna viene accolta in modo trionfale e addirittura voluta dal parroco accanto a sé nella processione.” (Wikipedia)

 

Bocca di rosa

La chiamavano Bocca di Rosa
metteva l’amore, metteva l’amore,
la chiamavano Bocca di Rosa
metteva l’amore sopra ogni cosa.
Appena scese alla stazione
nel paesino di Sant’Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.
C’è chi l’amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
Bocca di Rosa né l’uno né l’altro
lei lo faceva per passione.
Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.
E fu così che da un giorno all’altro
Bocca di Rosa si tirò addosso
l’ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l’osso.
Ma le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all’invettiva.
Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.
Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie,
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.
E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole argute:
“Il furto d’amore sarà punito-
disse- dall’ordine costituito”.
E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
“Quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare”.
E arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.
Spesso gli sbirri e i carabinieri
al proprio dovere vengono meno
ma non quando sono in alta uniforme
e l’accompagnarono al primo treno.
Alla stazione c’erano tutti
dal commissario al sagrestano
alla stazione c’erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano.
A salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi per un poco
portò l’amore nel paese.
C’era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva “Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera”.
Ma una notizia un po’ originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall’arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.
E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi mandò un bacio, chi gettò un fiore
chi si prenota per due ore.
Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un’estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l’amore sacro e l’amor profano

Claudia V. Lopes

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Salvatore Quasimodo e le sue poesie più celebri

QUASIMODO

Ciao a tutti!

Il nostro poeta di oggi si chiama Salvatore Quasimodo (Modica, 20 agosto 1901 – Napoli, 14 giugno 1968) ed è considerato uno dei più grandi esponenti dell’ermetismo.

Il termine “ermetico” deriva da Ermete Trismegisto (dal greco antico Ἑρμῆς ὁ Τρισμέγιστος, in latino Mercurius ter Maximus), un personaggio considerato leggendario, vissuto all’età preclassica e ritenuto l’autore del Corpus hermeticum (una collezione di scritti dell’antichità che rappresentò la fonte di ispirazione del pensiero ermetico e neoplatonico rinascimentale).

Quasimodo contribuì alla traduzione di testi appartenenti all’età classica, in specie quelli lirici greci, ma anche delle opere teatrali di William Shakespeare e Molière; è stato anche vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1959.

L’epicentro della corrente letteraria denominata “Ermetismo” fiorì a Firenze, intorno al 1930, affermandosi soprattutto nel campo della poesia e della critica, e ha influenzato, in modo particolare, anche le opere narrative.

Prima di incominciare a leggere le poesie di Quasimodo, credo che sia importante capire le connotazioni del vocabolo ermetico che troviamo sui vocabolari:

Aggettivo

1 - che chiude perfettamente impedendo qualsiasi passaggio di fluidi: chiusura ermetica;

2 - impenetrabile, imperscrutabile; di significato oscuro: un linguaggio ermetico;

3 - relativo alla corrente poetica dell'ermetismo: poeta ermetico;

4- s.m. (f. -ca), poeta appartenente alla corrente dell'ermetismo: Quasimodo è un poeta ermetico;

5 - avv. ermeticamente 1. In modo ermetico, mediante chiusura e.: contenitore chiuso ermeticamente 2. fig. In modo incomprensibile: scrivere ermeticamente.

Quindi la poesia ermetica è caratterizzata da un linguaggio oscuro e di non immediata compressione, nel senso che non riusciamo capire il senso alla prima lettura.

Ho scelto per voi cinque poesie considerate tra le più celebri di Quasimodo. Buona lettura!

Ed è subito sera
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

Ora che sale il giorno
Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchi mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre bette il piede dei cavalli!

Già la pioggia è con noi
Già la pioggia è con noi,
scuote l’aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.

Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d’improvviso un giorno.

Fresche di fiumi in sonno
Ti trovo nei felici approdi,
della notte consorte,
ora dissepolta
quasi tepore d’una nuova gioia,
grazia amara del viver senza foce.

Vergini strade oscillano
fresche di fiumi in sonno:

E ancora sono il prodigo che ascolta
dal silenzio il suo nome
quando chiamano i morti.

Ed è morte
uno spazio nel cuore.

Imitazione della gioia
Dove gli alberi ancora
abbandonata più fanno la sera,
come indolente
è svanito l’ultimo tuo passo
che appare appena il fiore
sui tigli e insiste alla sua sorte.

Una ragione cerchi agli affetti,
provi il silenzio nella tua vita.

Altra ventura a me rivela
il tempo specchiato. Addolora
come la morte, bellezza ormai
in altri volti fulminea.
Perduto ho ogni cosa innocente,
anche in questa voce, superstite
a imitare la gioia.

Condivido con voi il video che registrato quando Salvatore Quasimodo vinse il PREMIO NOBEL della letteratura, nel 1959.

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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Scrittura unita o separata?

cane a posto

Ciao a tutti!

Chi di noi (stranieri e italiani) non ha mai avuto dubbi riguardo alla corretta grafia di alcune parole ed espressioni? La classica domanda “si scrive unita o separata?” può suscitare un malessere e uno sconforto generalizzato (o panico), soprattutto se ci troviamo nel bel mezzo di un esame di lingua italiana, senza poter consultare un buon vocabolario.

Normalmente, sono dubbi che riguardano la scrittura unita o separata di congiunzioni, avverbi, locuzioni avverbiali e preposizionali. Quindi cerchiamo di riflettere su alcuni punti che ci aiuteranno a non sbagliare più d’ora in avanti.

Per incominciare, ho scelto alcune espressioni che devono essere scritte SEMPRE separate. Siete pronti?

1) a fianco (locuzione preposizionale) :

A fianco a Luca c’è un libro.

Attenzione - Non confondete con "affianco", che è la prima persona singolare del verbo affiancare:

Anna ha affiancato la sua migliore amica in un momento assai difficile.

2) a meno che (congiunzione eccettuativa):

Non la aiuterò mai, a meno che non me lo chieda.

3) a posto (locuzione preposizionale):

Bambini, quando finite di giocare, mettete la stanzetta a posto!

Attenzione - Non confondete con "apposto", che è il participio passato del verbo "apporre", il cui significato è "porre accanto, sopra o sotto (anche + a, su):
Hai apposto la firma sul contratto?

4) a proposito (locuzione preposizionale):

A proposito di lavoro, vorrei farti una bella proposta per il prossimo anno.

5) al di là, con grafia separata, si usa con valore di locuzione avverbiale o preposizionale:

Al di là del bene e del male.

Attenzione - aldilà, con grafia unita, si usa in funzione di sostantivo maschile, con valore di oltretomba, vita dopo la morte:

Tu credi nell'aldilà?

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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Le parti del corpo con David e Venere

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Ciao a tutti!

Oggi imparemo alcune parti del corpo umano, e chi meglio del David di Michelangelo e della Venere di Botticelli per aiutarci!

Il David è una celebre scultura realizzata in marmo, la cui altezza è di 410 cm, esclusa la base. Michelangelo Buonarroti la costruì tra il 1501 e l’inizio del 1504. La scultura ritrae il famoso eroe biblico nel momento in cui si sta per affrontare Golia. Questo capolavoro della scultura mondiale è considerato uno degli emblemi del Rinascimento, nonché il simbolo di Firenze e dell’Italia all’estero. Inoltre, è considerato l’ideale perfetto di bellezza maschile nell’arte. Attualmente la possiamo ammirare nella Galleria dell’Accademia a Firenze.

Eccone alcune parti del corpo!

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La Venere di Botticelli, invece, (titolo originale “La nascita della Venere”, di Sandro Botticelli) è considerata il canone di bellezza femminile da sempre, un dipinto realizzato a tempera su tela di lino (172 cm × 278 cm), databile al 1482 – 1485 circa. Insieme a David, è considerata anche un’opera iconica del Rinascimento, l’idea perfetta di bellezza femminile nell’arte e forse lo sguardo più bello del mondo; la possiamo ammirare presso la Galleria degli Uffizi, Firenze.

Eccone altre parti del corpo della donna! Lo sguardo non è, naturalmente, una parte del corpo, ma ho voluto mettere in evidenza questo particolare di uno dei dipinti più belli di tutti i tempi.

venre corpo

Ascolta l’audio 🙂

Alcune espressioni idomatiche con le parti del corpo

1) andare con i piedi di piombo – essere eccessivamente cauto;
2) costare un occhio della testa – si dice di cosa che ha un valore e un costo elevatissimi;
3) con il cuore in mano – con grande generosità e disponibilità. Anche con sincerità e franchezza, con onestà, riferito a un discorso, un consiglio o simili;
4) ficcare il naso – essere invadenti, curiosi, impiccioni, indiscreti; intromettersi indebitamente nelle faccende altrui;
5) essere nelle braccia di Morfeo – Dormire, soprattutto se profondamente e serenamente. Si usa più che altro in senso scherzoso. Per i Greci, Morfeo era il Dio del sonno e in subordine dei sogni.
Ne conoscete altre?

Ecco le foto di David e Venere inseriti nel loro contesto originale:

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(Galleria dell’Accademia di Firenze)

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(Galleria degli Uffizi)

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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Esercizi su “mi piace e mi piacciono”

 

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Ciao, ragazzi!

Oggi vi propongo degli esercizi molto semplici che riguardano la costruzione “mi piace e mi piacciono“, per cui vi chiederei di leggere il post precedente prima di farli. Buon lavoro!

P.S.: Le risposte si trovano alla fine del post.

1) Completate le frasi con i pronomi personali indiretti atoni e con la costruzione “mi piace e mi piacciono“, al presente e al passato prossimo, secondo il caso. Fate attenzione alla concordanza di genere e numero!

a) Sono andata a visitare i Musei Vaticani e _____ ______ _________ molto.

b) _____ _________ tantissimo andare a ballare (lui – indicativo presente).

c) Sei andata al cinema? Il film ____ ____ _______________?

d) Questo libro lo regalo ad Anna, so che _____ ________ tantissimo leggere.

e) ______ ________ mangiare il pesce (voi)?

2) Riscrivete le frasi sostituendo i pronomi personali indiretti atoni con quelli tonici:

mi piacciono i libri - a me piacciono i libri.

a) Gli è piaciuta la cena (loro).
_________________________
b) Mi piace da morire Francesco!
_______________________
c) Vi piace studiare l’italiano.
_________________________
d) Ci sono piaciute le vacanze a Lisbona.
_________________________
e) Gli piace andare al cinema (lui).
_________________________

3) Riscrivete le frasi sotto indicate al passato prossimo:

a) Il concerto mi piace.
_________________________________________.
b) Il dolce le piace.
_________________________________________.
c) La casa piace a loro.
_________________________________________.
d) Il film vi piace?
_________________________________________.

Riposte:
 1)
 a) mi sono piaciuti; b) gli piace; c) ti è piaciuto; d) le piace; e) vi piace.
 2)
 a) A loro è piaciuta la cena; b) Francesco piace a me da morire; c) A voi piace studiare l'italiano; d) A noi sono piaciute vacanze a Lisbona; e) A lui piace andare al cinema.
 3)
 a) Il concerto mi è piaciuto; b) Il dolce le è piaciuto; c) La casa è piaciuta a loro; d) Il film vi è piaciuto?

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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mi piace e mi piacciono?

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Ciao, ragazzi!

Mi sono resa conto, dai vostri commenti, che molti di voi hanno problemi con la costruzione “mi piace/mi piacciono“, e vi devo confessare che anch’io ne avevo tanti all’inizio dei miei studi di italiano. A mio vedere, avete soltanto bisogno di riflettere su alcuni punti e, naturalmente, di un po’ di pratica e il gioco e fatto!

Vorrei sottolineare che la costruzione in questione è molto simile a quella spagnola (me gusta e me gustan) e a quelle portoghesi (me apetece/apetece-me  e me apetecem/apetecem-me; me agrada/agrada-me, me agradam/agradam-me).

Quindi usiamo la suddetta costruzione per esprimere gusti o preferenze, e il verbo, in questo caso, è piacere (mi piace/mi piacciono + complemento): ciò che piace (o non piace) costituisce il soggetto del verbo, la persona alla quale piace (o non piace) qualcuno o qualcosa viene espressa da un pronome personale indiretto, che può essere atono o tonico.

La musica classica mi piace/piace a me.

la musica classica è il soggetto + mi piace/piace a me, in cui mi o a me è il complemento di termine del verbo piacere.
Pronomi pers. indiretti atoni Pronomi pers. indiretti tonici
mi a me
ti a te
gli – lei/Lei a lui – a lei
ci a noi
vi a voi
gli/*loro (a) loro

Per rendere più facile il nostro ragionamento, ho creato delle frasi, va bene? Ma tenetevi a mente che i pronomi personali indiretti rispondono SEMPRE alla domanda “a chi?” e la risposta sarà il “complemento di termine“:

– Alla mamma piace molto camminare. A chi piace camminare?
– A Francesca piace giocare con le bambole?
– Sì, le piace tantissimo!
A chi piace giocare con le bambole?
– Signor Rossi, Le piace vivere da solo?
– No, non mi piace.
A chi non piace vivere da solo?
– A Carlo e Anna piacciono le ferie in montagna. A chi piacciono le ferie in montagna?
– Ti piace il caffè?/A te piace il caffè?
– Non mi  piace il caffè. / A me non piace il caffè.
A chi non piace il caffè?
– Cosa ti piace fare durante il fine settimana?
– Mi piace leggere/a me piace leggere.
A chi piace leggere durante il fine settimana?
– Vi piace la macedonia?/A voi piace la macedonia?

– Sì, ci piace/piace a noi.

A chi piace la macedonia?
– Alle ragazze piace ballare? – Sì, a loro piace ballare. A chi piace ballare?
Fate attenzione!

– “il pesce mi piace” (indicativo presente) – “il pesce mi è piaciuto” (passato prossimo): quindi nei tempi composti dovete usare l’ausiliare ESSERE!

– Se la cosa che vi piace è femminile, dovete fare la concordanza al femminile se adoperate i tempi composti: “le riviste le saranno piaciute?“, “le riviste le sono piaciute?“. Dovete fare lo stesso se la cosa che vi piace o piace a qualcun altro è maschile, singolare o plurale “il pesce e la carne mi piacciono” – “il pesce e la carne mi sono piaciuti“.

– piacciono (doppia “C”), piace (una “c”), piaciuto (una “c”).

Per adesso credo che possa bastare, avete assorbito troppe informazioni! Nel prossimo post, approfondiremo gli usi specifici di gli/*loro – (a) loro.

Adesso clica qui per fare un po’ di esercizi su quello che avete imparato!

Arrivederci e buono studio!

Claudia V. Lopes

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L’antilingua – Italo Calvino

Ciao, ragazzi!

Vorrei condividere con voi questo bellissimo articolo di Italo Calvino (uno dei miei scrittori italiani preferiti), pubblicato nel 1965 sul quotidiano “Il Giorno”, in cui parla dell’antilingua, cioè di un italiano surreale che avrebbe contagiato la lingua italiana quotidiana, la cui sostanza è semplice e chiara. Nonostante siano passati più di 20 anni, le parole che leggiamo sono molto attuali e ci fanno riflettere sulla sorte non solo della lingua italiana, ma di tante altre lingue che si confrontano ogni giorno con i forestierismi e con la tendenza che molti settori e “intellettuali” hanno di complicare una lingua semplice.

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Italo Calvino (Santiago de Las Vegas de La Habana, 15 ottobre 1923 – Siena, 19 settembre 1985) è stato uno dei più grandi scrittori, narratori e intellettuali del Novecento.
Riporto qui di seguito il testo integrale, spero che serva a farvi riflettere su come state impostando i vostri studi di italiano:

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”.

Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.

Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loto forza, come ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato un’efficace descrizione.

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ».

La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.

Se il linguaggio «tecnologico» di cui ha scritto Pasolini (cioè pienamente comunicativo, strumentale, omologatore degli usi diversi) si innesta sulla lingua, non potrà che arricchirla, eliminarne irrazionalità e pesantezze, darle nuove possibilità {dapprincipio solo comunicative, ma che creeranno, come è sempre successo, una propria area di espressività); se si innesta sull’antilingua, ne subirà immediatamente il contagio mortale, e anche i termini «tecnologici» si tingeranno del colore del nulla.

L’italiano finalmente è nato, – ha detto in sostanza Pasolini, – ma io non lo amo perché è «tecnologico».

L’italiano da un pezzo sta morendo, – dico io, – e sopravviverà soltanto se riuscirà a diventare una lingua strumentalmente moderna; ma non è affatto detto che, al punto in cui è, riesca ancora a farcela.

Il problema non si pone in modo diverso per il linguaggio della cultura e per quello del lavoro pratico. Nella cultura, se lingua «tecnologica» è quella che aderisce a un sistema rigoroso, – di una disciplina scientifica o d’una scuola di ricerca – se cioè è conquista di nuove categorie lessicali, ordine più preciso in quelle già esistenti, strutturazione ne più funzionale del pensiero attraverso la frase, ben venga, e ci liberi i di tanta nostra fraseologia generica. Ma se è una nuova provvista di sostantivi astratti da gettare in pasto all’antilingua, il fenomeno non è positivo né nuovo, e la strumentalità tecnologica vi entra solo per finta.

Ma il giusto approccio al problema mi pare debba avvenire al livello dell’uso parlato, della vita pratica quotidiana. Quando porto l’auto in un’officina per un guasto, e cerco di spiegare al meccanico che «quel coso che porta al coso mi pare che faccia uno scherzo sul coso», il meccanico che fino a quel momento ha parlato in dialetto guarda dentro il cofano e spiega con un lessico estremamente preciso e costruendo frasi d’una funzionale economia sintattica, tutto quello che sta succedendo al mio motore.

In tutta Italia ogni pezzo della macchina ha un nome e un nome solo, (fatto nuovo rispetto alla molteplicità regionale dei linguaggi agricoli; meno nuovo rispetto a vari lessici artigiani), ogni operazione ha il suo verbo, ogni valutazione il suo aggettivo. Se questa è la lingua tecnologica, allora io credo, io ho fiducia nella lingua tecnologica.

Mi si può obiettare che il linguaggio – diciamo così. – tecnico-meccanico è solo una terminologia; lessico, non lingua. Rispondo: più la lingua si modella sulle attività pratiche, più diventa omogenea sotto tutti gli aspetti, non solo, ma pure acquista «stile».

Finché l’italiano è rimasto una lingua letteraria, non professionale, nei dialetti (quelli toscani compresi, s’intende) esisteva una ricchezza lessicale, una capacità di nominare e descrivere i campi e le case, gli attrezzi e le operazioni dell’agricoltura e dei mestieri che la lingua non possedeva.

La ragione della prolungata vitalità dei dialetti in Italia è stata questa. Ora questa fase è superata da un pezzo: il mondo che abbiamo davanti, – case e strade e macchinari e aziende e studi, e anche molta dell’agricoltura moderna, – è venuto su con nomi non dialettali, nomi dell’italiano, o costruiti su modelli dell’italiano, oppure d’una interlingua scientifico-tecnico-industriale, e vengono adoperati e pensati in strutture logiche italiane o interlinguistiche. Sarà sempre di più questa lingua operativa a decidere le sorti generali della lingua …

Il dato fondamentale è questo: gli sviluppi dell’italiano oggi nascono dai suoi rapporti non con i dialetti ma con le lingue straniere. I discorsi sul rapporto lingua-dialetti, sulla parte che nell’italiano d’oggi hanno Firenze o Roma o Milano, sono ormai di scarsa importanza. L’italiano si definisce in rapporto alle altre lingue con cui ha continuamente bisogno di confrontarsi, che deve tradurre e in cui deve essere tradotto …

La nostra epoca è caratterizzata da questa contraddizione: da una parte abbiamo bisogno che tutto quel che viene detto sia immediatamente traducibile in altre lingue; dall’altra abbiamo la coscienza che ogni lingua è un sistema di pensiero a sé stante, intraducibile per definizione. Il libro ormai famoso di Georges Mounin (di cui è imminente un’edizione italiana adattata dalla stesso autore con esempi italiani) ha detto tutto quel che può essere detto sulla possibilità e l’impossibilità di tradurre, e non credo ci sia per ora nulla da aggiungere, se non sul piano delle previsioni del futuro.

Le mie previsioni sono queste: ogni lingua si concentrerà attorno a due poli: un polo di immediata traducibilità nelle altre lingue con cui sarà indispensabile comunicare, tendente ad avvicinarsi a una sorta di interlingua mondiale ad alto livello; e un polo in cui si distillerà l’essenza più peculiare e segreta della lingua, intraducibile per eccellenza, e di cui saranno investiti istituti diversi come l’argot popolare e la creatività poetica della letteratura.

L’italiano, nella sua anima lungamente soffocata, ha tutto quello che ci vuole per tenere insieme l’uno e l’altro polo: la possibilità d’essere una lingua agile, ricca, liberamente costruttiva, robustamente centrata sui verbi, dotata d’una varia gamma di ritmi della frase.

L’antilingua invece esclude sia la comunicazione traducibile, sia la profondità espressiva.

La situazione sta in questi termini: per l’italiano trasformarsi in una lingua moderna equivale in larga parte a diventare veramente se stesso, a realizzare la propria essenza; se invece la spinta verso l’antilingua non si ferma ma continua a dilagare, l’italiano scomparirà dalla carta linguistica d’Europa come uno strumento inservibile.

Tratti da: La Nuova questione della lingua, a cura di O. Parlangeli, Brescia, Paideia. 1971; precedentemente in “Il Giorno”, 3-2-65.

Fateci sapere nei commenti cose ne pensate 🙂

Arrivederci e buona lettura!

Claudia V. Lopes